La ricerca di Stefania Tagliabue trova nel legno antico e recuperato un elemento centrale del proprio linguaggio. Attraverso la pirografia l’artista asseconda nervature, irregolarità e tracce del tempo, trasformando un materiale già segnato in una superficie capace di accogliere nuove memorie.
In “Io sono nessuno”, il volto ravvicinato di un soldato occupa quasi interamente la composizione. Gran parte del viso è coperta, mentre lo sguardo emerge con particolare intensità. Non viene rappresentata direttamente la guerra, ma ciò che può lasciare nell’individuo: ferite interiori, disorientamento e perdita di riferimenti. La divisa identifica un ruolo ma, allo stesso tempo, nasconde la persona. Il titolo sottolinea questa contraddizione: dietro l’uniforme esiste un individuo che rischia di perdere la propria identità all’interno del meccanismo della guerra. Anche la materia contribuisce al significato dell’opera. Le irregolarità del legno e gli interventi in foglia d’argento attraversano la superficie come frammenti, lacerazioni o cicatrici. Supporto e soggetto sembrano così condividere la stessa condizione: entrambi portano i segni di ciò che è accaduto.
Il testo scritto dal marito dell’artista, Danilo Brignoli, accompagna questa riflessione con una progressiva perdita di certezze, offrendoci una spiegazione a parole ed emotiva di ciò che vuole rappresentare l’opera: casa, famiglia, ideali, ragioni e promesse di un futuro migliore vengono messi in discussione fino alla conclusione «io sono nessuno». Non conta più la medaglia o il nome su una lapide; ciò che emerge è la perdita dell’individuo dentro il meccanismo della guerra. “Io sono nessuno” dialoga pienamente con “Quel che resta dentro: abitare la ferita”, la violenza non viene rappresentata attraverso il gesto traumatico, ma attraverso ciò che continua a vivere dopo e dentro la persona.
La ferita diventa perdita di certezze, memoria, disorientamento e crisi dell’identità.