Il lavoro di Norman Sgrò nasce da un’esperienza personale precisa: il ricovero presso l’ospedale Molinette di Torino e la scoperta di una patologia inattesa. In quel periodo l’artista affida alla scrittura e alla pittura la necessità di registrare pensieri, sensazioni, attese e incertezze. Nasce così “Corpus Fugit”, raccolta poetica che non cerca di trasformare la malattia in un racconto lineare, ma ne conserva frammenti e percezioni. L’espressione artistica diventa uno strumento per attraversare un momento difficile e, come scrive lo stesso artista: “per imparare almeno a conviverci”.
Le quindici stampe delle opere originali ad acquerello presentate in mostra appartengono a questa stessa esperienza. Realizzate durante il ricovero su piccoli fogli, costruiscono una successione di paesaggi essenziali nei quali forme e colori sembrano modificarsi insieme agli stati interiori. Cieli scuri, aperture luminose, terre, orizzonti e campiture più rarefatte compongono una sorta di diario parallelo alla parola scritta. Non illustrano direttamente la malattia: restituiscono piuttosto il bisogno di spostare lo sguardo altrove, creando attraverso il colore uno spazio personale nel quale sospendere, almeno temporaneamente, la dimensione dell’ospedale.
All’interno della mostra “Quel che resta dentro: abitare la ferita”, il progetto di Norman Sgrò introduce una testimonianza nella quale ferita ed elaborazione fanno parte dello stesso processo creativo. Il libro permette di ricostruire questa relazione tra esperienza, parola e pittura: due linguaggi diversi nati nello stesso tempo e nello stesso luogo. La vulnerabilità non viene nascosta né trasformata in un messaggio consolatorio; viene osservata, registrata e attraversata. È proprio in questo passaggio che “Corpus Fugit” trova una relazione diretta con il tema della mostra: ciò che resta dentro può trovare una forma e diventare condivisibile.