La ricerca di Mimmo Supino nasce dall’incontro tra pittura, pensiero filosofico e linguaggio simbolico. In “La terapia” l’artista costruisce una scena volutamente enigmatica, nella quale la figura femminile, il falco e alcuni piccoli oggetti diventano elementi di una riflessione sul conflitto tra istinto, controllo e condizionamento sociale.
Il fulcro dell’opera è lo sguardo. Il volto della donna presentata con un occhio opaco, apparentemente privo della capacità di vedere, mentre l’occhio dorato del rapace è vigile, diretto e dominante. La loro quasi sovrapposizione mette in relazione due dimensioni opposte: da una parte l’Io sottoposto alle regole e alle convenzioni, dall’altra la parte istintiva, che resiste al tentativo di essere controllata.
Il falco non assume il ruolo di semplice presenza animale. Il suo corpo invade quello della donna e il becco si avvicina all’occhio cieco, creando una tensione che rende difficile distinguere protezione e minaccia, cura e violenza. Anche i grelots, i piccoli sonagli sferici, collocati sul piano accanto agli artigli e inutilizzati, diventano strumenti potenziali di controllo: sono presenti, pronti a trasformare la libertà dell'animale in qualcosa da disciplinare.
Supino costruisce così una triangolazione tra tre sguardi: quello della donna, quello del falco e quello distante della luna. L’occhio umano porta il segno della ferita; quello animale rappresenta una forza che continua a reclamare il proprio spazio; la luna osserva dall’esterno, distante e indifferente. La citazione cinematografica di “Un chien andalou” rafforza ulteriormente il tema dell’occhio come luogo nel quale visione, trauma e rimozione entrano in conflitto.
“La terapia” entra pienamente nel percorso di “Quel che resta dentro: abitare la ferita”, che pone al centro anche le conseguenze della pressione psicologica, del controllo e della repressione. Supino non rappresenta una ferita fisica esplicita, ma il processo attraverso cui regole familiari e sociali possono essere interiorizzate fino a modificare il rapporto con sé stessi. L’opera assume così un significato volutamente ambiguo: può essere cura e possibilità di riconciliazione, ma anche il luogo in cui emerge ciò che è stato a lungo represso.