Nelle opere di Pina Zago la figura femminile diventa il luogo attraverso cui raccontare una sofferenza che coinvolge insieme corpo e dimensione interiore. Le due protagoniste non sono rappresentate nell’azione, ma in una condizione di sospensione: sembrano trattenere qualcosa che non riesce a trovare una forma diversa d’espressione. Il tema dichiarato dall’artista è infatti quello della violenza fisica e psicologica sulle donne.
La pittura utilizza una gamma cromatica ridotta, dominata dal bianco, dal nero e dal grigio, sulla quale il rosso interviene come elemento di rottura. Non è un dettaglio decorativo, ma un segnale visivo che richiama la ferita, il dolore e la persistenza di un’esperienza traumatica. Le pennellate rimangono evidenti e costruiscono corpi volutamente irregolari, lontani da una rappresentazione idealizzata.
In “Aiutami” la donna guarda direttamente verso l’osservatore. Le braccia incrociate stringono il corpo in un gesto che può essere letto come difesa e protezione. In “L’infanzia negata”, invece, la figura si chiude su se stessa: il corpo raccolto, il volto inclinato e le mani vicine alla testa restituiscono una condizione d’isolamento. Le scarpe rosse introducono un riferimento particolarmente forte all’interno di una composizione quasi monocromatica.
Nel contesto di “Quel che resta dentro: abitare la ferita”, le due opere mettono in evidenza ciò che può permanere dopo la violenza: paura, vulnerabilità, chiusura e bisogno di protezione. Pina Zago non rappresenta direttamente l’atto violento, ma le sue conseguenze sulla persona. È proprio questa scelta a spostare l’attenzione dalla violenza visibile alla traccia che essa lascia, facendo del corpo il luogo in cui la ferita continua a essere presente.