Il lavoro di Alessandro Fioraso costruisce una riflessione sulla vulnerabilità attraverso immagini fortemente simboliche, nelle quali la figura umana viene collocata in spazi sospesi, lontani da una narrazione realistica. In “Luna” e “Viaggio fra luce e ombra” l’artista affronta la fragilità come condizione che attraversa l’esistenza, mettendo in relazione infanzia, memoria, protezione e bisogno di cura. In “Luna”, il paesaggio appare come un territorio interiore. La bambola, adagiata all’interno di una cavità blu che interrompe una terra arida e frantumata, introduce un contrasto immediato tra esposizione e protezione. La superficie screpolata suggerisce una realtà ferita, mentre quella sorta di grembo cromatico sembra accogliere e preservare una vita fragile. In alto, il volto femminile inscritto nella luna assume la presenza distante di uno sguardo che continua a vegliare.
“Viaggio fra luce e ombra” sposta l’attenzione sulla dimensione collettiva. Due grandi mani racchiudono uno spazio luminoso nel quale emergono numerosi volti, differenti per età ed espressione. Il gesto può essere letto come protezione, ma anche come tentativo di trattenere ciò che rischia di disperdersi: persone, identità, esperienze e memorie. La luce non cancella le ombre che circondano la composizione, ma permette ai volti di affiorare e diventare visibili.
Le due opere condividono così un elemento centrale: la necessità di custodire ciò che è vulnerabile. Fioraso utilizza una figurazione simbolica immediata, costruita attraverso opposizioni visive, luce e oscurità, aridità e acqua, isolamento e pluralità, esposizione e riparo, che trasformano l’immagine in uno spazio di confronto tra esperienza individuale e dimensione universale.
Nel percorso di “Quel che resta dentro: abitare la ferita”, il lavoro di Fioraso introduce quindi una riflessione che non si concentra direttamente sull’atto traumatico, ma sulle sue conseguenze e sulla possibilità di attraversarle. La ferita rimane presente, ma accanto ad essa compare un gesto di cura: proteggere, riconoscere, conservare la memoria e restituire uno spazio a ciò che, proprio perché fragile, rischia più facilmente di essere perduto o dimenticato.