Il lavoro dell’artista nasce dall’incontro tra memoria, viaggio e quotidianità. Il biglietto ferroviario, oggetto comune e destinato normalmente a perdere valore una volta concluso il tragitto, viene conservato e trasformato in supporto pittorico. Le opere in mostra costruiscono una sequenza di incontri, attese, vicinanze e distanze. Le figure sono ridotte all’essenziale, spesso prive d’identità individuale: persone sedute una di fronte all’altra, corpi che si sostengono, presenze affiancate o separate, figure che camminano insieme. Sono frammenti di relazioni che potrebbero appartenere a chiunque e che proprio per questo assumono una dimensione collettiva.
Particolarmente significativa è la scelta di dipingere attraverso una struttura frammentata in piccoli moduli. L’immagine non cancella il biglietto, ma si sovrappone ai suoi dati, alle scritte, ai codici e alle tracce del viaggio. Alcune parti rimangono visibili, altre vengono coperte: il ricordo appare così per frammenti, come accade alla memoria, che conserva alcune immagini mentre ne lascia scomparire altre.
Il viaggio diventa quindi una metafora del tempo e delle relazioni. Ogni biglietto certifica uno spostamento realmente avvenuto, ma l’intervento pittorico lo porta oltre la sua funzione originaria. Partenza, distanza, incontro, separazione e ritorno diventano condizioni emotive.
All’interno di “Quel che resta dentro: abitare la ferita”, questa serie trova il proprio significato nella relazione tra esperienza e permanenza. Non racconta necessariamente un evento traumatico in modo diretto, ma ciò che un’esperienza lascia dietro di sé: presenze, assenze, legami, distanze e immagini che continuano ad accompagnarci. Il biglietto, destinato a essere gettato, diventa così un piccolo archivio personale: la prova concreta di un passaggio.