In “Miranda”, Rita Giliberto affronta il tema di “Quel che resta dentro: abitare la ferita” attraverso un’opera costruita per stratificazioni. I cinque teli di garza sovrapposti creano una superficie trasparente nella quale figure, parole, segni, ricami e piccoli elementi simbolici emergono da livelli differenti. La ferita non viene rappresentata direttamente, ma attraverso ciò che lascia dietro di sé: tracce che continuano a esistere e a modificare la percezione del presente.
Al centro dell’opera la figura femminile appare sdoppiata. Un corpo conserva una presenza riconoscibile, mentre l’altro perde progressivamente definizione, fino a mostrare un volto quasi cancellato. Questa compresenza suggerisce le trasformazioni che un’esperienza dolorosa può produrre sull’identità: ciò che si era, ciò che si diventa e quella parte di sé che può rimanere sospesa tra memoria, perdita e bisogno di riconoscersi.
La scelta della garza rafforza il legame con il tema della mostra. Materiale fragile e permeabile, richiama inevitabilmente la medicazione e il tentativo di cura, ma qui non copre né cancella ciò che si trova sotto. Al contrario, permette agli strati precedenti di continuare ad affiorare. Anche gli elementi disseminati nell’opera, il cuore, gli animali, la vegetazione, le scritte, sembrano appartenere a questo deposito della memoria: frammenti che persistono e riaffiorano senza necessariamente ricomporsi in un racconto lineare.
In questo percorso la frase spagnola “Así es”, cioè “questo è” assume un ruolo centrale. Non è una dichiarazione di resa, ma il riconoscimento di ciò che è accaduto e di ciò che rimane. Abitare la ferita significa allora accettare che alcune esperienze non possano essere cancellate, ma possano essere integrate nella propria storia. Miranda si colloca precisamente in questo spazio: tra presenza e assenza, memoria e trasformazione, mostrando come ciò che resta dentro continui a far parte dell’identità senza necessariamente definirla per intero.