Con “Alis”, Daniela Moretti affronta il tema della ferita attraverso il linguaggio della videoarte. L’opera nasce, secondo le parole dell’artista, dall’immagine di un corpo e della sua anima che «bruciano piano piano dal dolore subito, in una metamorfosi irreparabile». Il trauma non viene quindi raccontato attraverso un singolo episodio, ma attraverso il processo di trasformazione che produce nella persona.
La figura umana rimane per tutta la durata del video una presenza centrale, ma non viene mai mostrata in modo completamente definito. Il corpo appare come una sagoma, una presenza filtrata e instabile, continuamente modificata dall’immagine digitale. Questa perdita di nitidezza diventa parte del significato dell’opera: l’identità è ancora presente, ma sembra progressivamente alterata da ciò che ha vissuto. Il lavoro sul colore è determinante.
La sequenza è costruita prevalentemente attraverso tonalità fredde, dal verde al turchese fino ai blu più profondo. La figura, più scura rispetto allo spazio circostante, emerge per contrasto e in alcuni momenti assume tonalità violacee e rossastre. Il colore non descrive un ambiente reale, ma costruisce uno spazio mentale e accompagna visivamente il processo di trasformazione.
Anche il trattamento digitale dell’immagine ha una funzione precisa. Sfocature, sovrapposizioni, deformazioni e variazioni cromatiche modificano continuamente la percezione del corpo. I contorni perdono stabilità e la figura sembra fondersi con lo spazio che la circonda. La tecnica diventa così parte della narrazione: la metamorfosi non viene semplicemente rappresentata, ma avviene direttamente davanti allo spettatore attraverso la trasformazione dell’immagine.
Nel percorso di “Quel che resta dentro: abitare la ferita”, “Alis” porta l’attenzione sulle conseguenze profonde e durature del dolore. La ferita non è mostrata direttamente, ma attraverso ciò che modifica: la percezione di sé, l’identità e il rapporto con il proprio corpo. La metamorfosi evocata dall’artista non conduce necessariamente a una ricomposizione, ma rende visibile il segno permanente lasciato dall’esperienza.