RITA GILIBERTO

RITA GILIBERTO
BIOGRAFIA
Dopo studi classici e giuridici, Rita Giliberto si laurea in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti. L’incontro con la pittura avviene in ambito familiare, accanto al padre, pittore dilettante: un’esperienza formativa che lascia un segno profondo, seguita da una lunga pausa e da un successivo ritorno alla pratica artistica, oggi centrale e totalizzante nel suo percorso.
Lavora prevalentemente a olio su tela, sperimentando soluzioni formali e tecniche in continua evoluzione. La sua ricerca si concentra sull’essenzialità della composizione e sulla resa psicologica dei soggetti. Temi come l’identità, la memoria, il corpo femminile e le relazioni affettive attraversano cicli di opere che oscillano tra intimità privata e riflessione collettiva.
Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Tra le principali: la personale Donne Reali e Miti Estetici (2021); il progetto espositivo collettivo La Reine de Mai a Liegi (2022); le collettive Passaggi a Palazzo Nicolaci (Noto, 2023), de Corpore, de Animo (Palazzolo Acreide, 2024), Il mondo di Kafka (Palermo, 2025) e la personale Icone (Palermo, 2025). Nel 2026 partecipa alla collettiva Sogni a colori a Bari.
Attraverso una pittura che unisce introspezione e racconto, Rita Giliberto costruisce un universo visivo in cui la memoria personale si fa spazio condiviso, restituendo alla figura umana la sua complessità e vulnerabilità.
Trame di memoria e forme di riconciliazione
Il progetto espositivo ICONE di Rita Giliberto in mostra (dal 14 al 22 novembre 2025) a Palermo allo spazio XXS Aperto al contemporaneo – via XX Settembre, 13 – si configura come un’indagine sulla sopravvivenza delle immagini familiari e sul loro potenziale trasformativo nel presente. Il titolo evoca la forza di questi ricordi visivi, capaci di oltrepassare la sfera privata per diventare “icone laiche”: non figure sacre, ma fulcri di memoria dove passato e presente si sfiorano, risvegliandosi nel gesto creativo dell’artista.
Il punto di avvio — il ritrovamento di un nucleo di fotografie nella casa di famiglia — costituisce un archivio minimo ma denso, in cui si intrecciano memoria privata, stratificazioni storiche e risonanze sociali. La scelta dell’artista di assumere tali materiali come fondamento del processo creativo indica un orientamento specifico: non la ricostruzione filologica del passato, ma la sua riattivazione attraverso dispositivi visivi capaci di generare nuovi significati.
La pratica adottata è fortemente processuale. Tecniche miste, collage, velature, sovrapposizioni pittoriche sono impiegate come strumenti di interrogazione dell’immagine. Le fotografie subiscono un trattamento materico che ne altera la leggibilità, sottolineando la loro natura ambigua di documenti e, al tempo stesso, di superfici espressive. Questa modalità operativa, che integra anche inserzioni di materiali d’epoca, frammenti testuali e ritagli, mette in campo un dispositivo di stratificazione che richiama pratiche della memoria basate sulla sedimentazione, sulla cancellazione e sulla riemersione. L’immagine non è mai un dato, ma un campo di tensioni, la superficie si fa pelle della memoria, luogo di contatto tra il visibile e l’invisibile.
L’artista esplora la genealogia recuperando volti e presenze che, pur appartenendo all’ambito familiare, si aprono a una dimensione più ampia. L’anonimato parziale, la sfocatura, la perdita di riferimenti contestuali trasformano questi soggetti in figure liminari: non ritratti, ma “presenze”; non rappresentazioni, ma soglie.
Li attiva come icone laiche della memoria, custodi di una verità affettiva che supera il privato. In questo senso, l’avvicinamento a pratiche come quelle di Boltanski e Kiefer non è citazionistico, ma analitico: ciò che si condivide è la capacità di far diventare la materia un luogo di storia, ferita e possibilità. L’allestimento è pensato come un percorso non lineare, articolato secondo criteri di prossimità emotiva e visiva. Tuttavia, dietro questa apparente fluidità si riconosce una costruzione rigorosa dei rapporti formali: analogie di luce, continuità cromatiche, contrappunti gestuali e densità materiche organizzano un ambito espositivo che funziona come dispositivo di lettura. L’assenza di una cronologia esplicita sottolinea che il tempo evocato dalle opere non è storico, ma psichico: un tempo che ritorna, si modifica, si sovrappone. Chi visita l’esposizione è chiamato a muoversi in una topografia della memoria piuttosto che nella sequenza narrativa di un album.
A livello teorico, il progetto interroga la memoria come processo di cura. Non si tratta di un’elaborazione nostalgica, ma di un lavoro di riconciliazione che assume la fragilità dell’immagine come valore critico. Tale prospettiva si colloca nella tradizione di una cultura visuale delle donne intesa come pratica relazionale, capace di trasformare l’origine in un movimento continuo di ascolto e restituzione. In questo contesto, il riferimento al femminismo va oltre la dimensione critica — presente in opere come Lutto: data di scadenza o La scelta giusta, dove vengono messi in discussione modelli patriarcali di comportamento imposti alle donne — e si estende alla costruzione di un’etica della relazione che informa il metodo stesso: il lavoro sulla memoria come atto di responsabilità, di continuità e di rigenerazione simbolica.
La collocazione del lavoro nell’orizzonte più ampio delle ricerche contemporanee sulla memoria permette, infine, di leggerlo come dispositivo di traduzione: tra personale e collettivo, tra documento e immaginazione, tra ferita e riparazione.
Il processo si manifesta come un movimento continuo, in cui la materia e il visibile diventano strumenti di ascolto e di apertura, creando connessioni tra passato e presente, tra memoria e immaginazione. E ogni opera diviene così un’unità concettuale autonoma e, al tempo stesso, parte di un sistema: un nodo della rete che ritessendo l’origine rinnova il rapporto tra soggetto, storia e mondo.


